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Sara Luconi


Il mio quinto giorno continua ormai da un po’.

Lo stupore, l’energia e l’amore ardono ancora dentro di me, proprio come quella mattina del 9 Dicembre.

Mi ero alzata come tutti gli altri giorni; Come tutti gli altri giorni ero andata a fare colazione al bar vicino casa. Eppure c’era qualcosa di diverso in quel cappuccino, e c’era qualcosa di diverso nei palazzi di fronte. Tutto sembrava, ai miei occhi, sfumare in un delicatissimo rosa.

Ma il mio quartiere era sempre lo stesso, e il cappuccino era sempre una, benché geniale, miscela tra latte e caffè. Ero io ad essere cambiata. Ne afferrai la bellezza, e sotto i baffi sorrisi alla nuova Sara.

Ho vissuto per tutta la vita con convinzioni che si basavano su un semplicissimo schema: Tutto ciò che potessi toccare, vedere o comunque razionalizzare, era reale. Il resto erano favolette. Come “Cappuccetto Rosso”, per intenderci; Simpatiche, interessanti magari, e talvolta con un insegnamento a concludere.. Ma pur sempre delle favole.

Non credevo nell’eternità; Non la capivo- forse non la capisco tuttora- e piuttosto che ammettere la limitatezza che, in certi casi, la mente umana presenta, preferivo concludere che questa non esistesse. Non credevo in Dio, dunque.

Ma, al di là di quello che dessi a vedere, dentro ero inquieta. Sentivo che qualcosa mi sfuggiva. Avevo l’impressione di aver perso qualcosa, tanto tempo prima; Di averla poggiata distrattamente da qualche parte; Non ricordavo cosa fosse, ma sapevo che era importante. Sentivo che avrei dovuto percepire qualcosa di più pesante dentro il torace, leggermente a sinistra. Non sono mai stata forte in scienze, ma ero più che sicura che in quello spazietto dovesse trovarsi il cuore, e io un cuore ce l’avevo, cacchio, ero viva.

Solo successivamente ho imparato che il termine “viva” sottintende qualcosa di più del semplice respirare.

Così iniziai la mia ricerca. Ero irritata.. e, in fondo, anche incuriosita.

Decisi di mandare un messaggio di posta al mio professore di religione, in cui lo martellavo di domande. Mi era simpatico, lo trovavo intelligente e carismatico. In genere non andavo particolarmente d’accordo con gli insegnanti, soprattutto poi con quelli di religione. Ma in lui c’era qualcosa che mi affascinava. I suoi occhi così dolci e luminosi mi portarono quasi immediatamente a fidarmi di lui.

Quando mi invitò al corso, dunque, non ebbi alcuna esitazione, a parte- lo ammetto- il piccolissimo dubbio che mi stesse portando in un convento.

Ricordo con estrema precisione l’ordine con cui mi presentai a tutti i ragazzi del gruppo. Ricordo Massimiliano, che per me è sempre stato solo “Massi”. Così si era presentato. Nessuna formalità: ero già una di loro.

Innanzi tutto fui sollevata dal vedere che non erano tutti monaci ( cosa che all’epoca, per me, sarebbe stata pura tortura), poi iniziai a “studiare” i miei compagni. Rimasi non poco stupita dalla loro gentilezza e disponibilità nei miei confronti. Le persone auguravano il buongiorno, con la vera speranza che quello fosse per te, tale. Non era educazione, era amore. “ Sembra di essere in un altro mondo”, pensai. Sorridevano, sorridevano tutti. E se non fosse stato decisamente surreale, avrei potuto pensare che si ubriacassero.

Trascorsi a Lariano, in loro compagnia, quattro giorni indimenticabili.

I più sereni, e, al contempo, i più duri della mia vita.

Sentivo una carica, una forza, indescrivibili.

Avevo il sole dentro di me. Avrei potuto tranquillamente emanare luce dalle punte dei capelli, e probabilmente al buio sarei diventata fosforescente.

Ma ero confusa. Pian piano le mie certezze stavano scemando. Mi sentivo fragile, vulnerabile. Cominciai a sentire Dio accanto a me, poco prima di addormentarmi. E io in Dio non credevo.

Piansi, piansi tanto. Ma erano lacrime che non lasciavano nessun amaro in bocca, che non mi arrossavano gli occhi o il viso, ma che, piuttosto, li lavavano.

Ero arrabbiata, ero furiosa. Ma erano la rabbia e la furia più dolci che avessi mai provato, perché erano i sintomi della verità che si faceva largo nel mio cuore.

Fu allora che mi resi conto di cosa significasse “vivere”. Sentivo il sangue pulsare nelle vene. Sentivo nel petto una voragine, che non era più “vuoto”, ma “spazio”.

Capii che il mio scopo era riempire quello spazio. Che l’unica cosa che davvero mi avrebbe resa felice, sarebbe stato rendere felici gli altri.

Avevo fatto la scoperta più importante del mondo- o forse avevo “ricordato” la cosa più importante del mondo, non saprei-.

Sapevo che esisteva una gioia che non esauriva, ma che, anzi, cresceva.

Avevo conosciuto una persona meravigliosa, che mi amava più di qualunque altra cosa e che mi avrebbe aiutato, se solo glielo avessi chiesto. E seppi che non dovevo, e non potevo tenerla per me.

Tornai a casa, il mio quinto giorno, dopo la colazione, e cominciai a parlare di Dio a mia sorella.. e lei in risposta si fece delle ricche risate.

Adesso continuo a parlare- e a far ridere, a quanto pare-… e a martellare di domande Davide, il mio professore, e Massi, il mio “vecchio” amico.

Sara da Tor Vergata (2° 2009)

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